In materia di lavoro, deve essere condannato per mobbing anche il datore di lavoro che resta inerte di fronte alle vessazioni imposte a una dipendente dal superiore gerarchico. Il datore di lavoro, infatti, una volta a conoscenza della situazione ha l’obbligo di intervenire immediatamente per far cessare la situazione e tutelare la propria lavoratrice (Corte di Cassazione sentenza n. 10037/2015).
Il caso di specie riguarda il Comune di Colonnella condannato a risarcire il danno alla salute e professionale arrecato ad una lavoratrice causato dal comportamento mobbizzante quali la sottrazione delle mansioni, la conseguente emarginazione, lo spostamento senza plausibili ragioni da un ufficio all’altro, l’umiliazione di essere subordinati a quello che prima era un proprio sottoposto, l’assegnazione ad un ufficio aperto al pubblico senza possibilità di poter lavorare, così rendendo ancor più forte la propria umiliazione.
La stessa Corte territoriale ha allegato agli atti la perizia eseguita in sede penale da uno dei massimi esperti di mobbing che ha riscontrato la presenza contestuale di tutti e sette i parametri tassativi di riconoscimento del mobbing.
Tanto meno per la Corte del merito, il Comune poteva essere esonerato dal danno arrecato alla lavoratrice, giacché la circostanza che la condotta di mobbing provenga da altro dipendente in posizione di supremazia gerarchica rispetto alla vittima, non vale ad escludere la responsabilità del datore di lavoro su cui incombono gli obblighi di cui all’art. 2049 c.c., ove questo sia rimasto colpevolmente inerte alla rimozione del fatto lesivo.
Ancora la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso presentato dal Comune avvalorando quanto sollevato nei primi due gradi di giudizio.
Fonte: TeleConsul





