Porto d’armi ritirato a guardia giurata? Licenziamento legittimo

Porto d'armi ritirato a guardia giurataSe a causa del ritiro del porto d’armi le mansioni non possono più essere svolte, si determina una situazione di impossibilità sopravvenuta della prestazione che esige la valutazione dell’interesse del datore di lavoro alla prestazione lavorativa residuale.

Così si è espressa la Corte di (sent. 10 giugno 2015, nr. 12072) confermando tanto l’esito del giudizio d’appello quanto il contenuto del CCNL applicabile.

Una lavoratrice adiva il Tribunale esponendo che aveva lavorato alle dipendenze di una società, quale guardia giurata – V livello ruolo del personale amministrativo e che in particolare aveva svolto mansioni di centralinista presso la sede della centrale operativa, in uniforme, ma senza adoperare armi. Il Prefetto di Bergamo le aveva sospeso cautelarmente il decreto di approvazione per guardia particolare giurata ed il porto d’anni.

Lo stesso giorno, la società, cui detta misura amministrativa era stata comunicata dalla stessa Prefettura, aveva sospeso la dipendente dal servizio e dalla retribuzione con contestuale dell’avvio di un procedimento disciplinare ex art. 7 della l. n. 300/1970. La Prefettura, aveva poi respinto le osservazioni presentate dalla dipendente ed aveva confermato il provvedimento di sospensione. Il TAR aveva sospeso la “sospensione” del decreto di guardia giurata adottata dalla Prefettura ma non quella del porto d’armi sicché la lavoratrice avrebbe potuto svolgere il compito di guardia giurata ma senza arma.

Non di meno la società datrice di lavoro, intimava il licenziamento alla dipendente con missiva del seguente tenore letterale: “La nostra società rileva che a seguito del ritiro del suo porto d’armi da parte egli organi competenti, in data XXXX veniva sospesa dal servizio ai sensi e per gli effetti dell’art. 120 CCNL vigente. Ad oggi risulta che la Prefettura non ha provveduto a rilasciarle il porto d’arma necessario per svolgere l’attività di GPG. Il CCNL di categoria all’art. 120 prevede: “Nel caso di sospensione o mancato rinnovo del decreto di nomina a guardia particolare giurata e/o della licenza di porto d’armi il datore di lavoro potrà sospendere dal servizio e dalla retribuzione il lavoratore. Trascorso il periodo di 180 giorni di calendario senza che il lavoratore sia ritornato in possesso dei documenti di cui sopra, il datore di lavoro potrà risolvere il rapporto di lavoro penale motivo senza preavviso o sostitutiva. Alla luce del fatto che dal ritiro della licenza di porto d’armi sono trascorsi oltre 180 giorni emerge l’integrazione della fattispecie di cui all’art. 120 del CCNL ultimo comma, con la conseguenza che il datore di lavoro ha la facoltà di risolvere il contratto. Sulla base della disposizione contrattuale sopra descritta la nostra società intende risolvere il rapporto di lavoro a causa del mancato rinnovo della licenza di porto d’armi Alla luce di quanto sopra la nostra società le intima il licenziamento. Il licenziamento produrrà i propri effetti a far data dal ricevimento della presente. La invitiamo a consegnare tutti i documenti e i beni di proprietà della nostra società entro cinque giorni dal ricevimento della presente”.

Deduceva la ricorrente che la datrice di lavoro, quindi, non aveva affatto valutato l’eventualità di ricollocare la lavoratrice in differenti mansioni. Tutto ciò premesso, la lavoratrice, sperimentato vanamente il tentativo di conciliazione, chiedeva che il licenziamento fosse dichiarato illegittimo. Conseguentemente chiedeva di essere reintegrata sul posto di lavoro, ovvero, in subordine, che le fosse accordato l’indennizzo a norma dell’art. 18 l. n.. 300/1970.

Il Tribunale, respinta l’istanza cautelare tesa al reintegro sul posto di lavoro, rigettava la domanda con compensazione delle spese. Il tribunale riteneva sussistere il giustificato motivo oggettivo di licenziamento nonché l’impossibilità di utile impiego della lavoratrice in altra mansione diversa da quella di guardia giurata. La sentenza di primo grado veniva appellata dall’interessata. Pronunciandosi nell’instaurato contraddittorio con la società appellata la Corte d’Appello ha rigettato l’appello compensando le spese di lite.

La corte d’appello ha corretto la motivazione della sentenza di primo grado pur pervenendo alla medesima conclusione. Ha infatti ritenuto che la fattispecie non potesse inquadrarsi nel licenziamento per giustificato motivo oggettivo di cui all’art. 3 della legge n. 604 del 1966; ciò che avrebbe comportato l’onere per la società datrice di lavoro di provare l’impossibilità del reimpiego della lavoratrice in altre mansioni. La corte d’appello invece ha ritenuto che la fattispecie fosse da inquadrare nella disciplina dell’impossibilità sopravvenuta della prestazione lavorativa (artt. 1256 e 1463 c.c.).

In riferimento a tale disciplina l’art. 120 del contratto collettivo di categoria doveva considerarsi legittimo nella parte in cui prevedeva il licenziamento, o meglio la risoluzione del rapporto, dopo un periodo di 180 giorni ove la guardia giurata non fosse più provvista del porto d’armi. Inoltre la corte d’appello, pur ritenendo che non operasse il criterio, elaborato dalla giurisprudenza in tema di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, secondo cui il datore di lavoro deve dare la prova dell’impossibilità di adibire il lavoratore in altre mansioni, ha comunque preso in considerazione la circostanza che la lavoratrice di fatto era stata adibita a mansioni di addetta al centralino della centrale operativa. Ciò non di meno – ha ritenuto la corte territoriale – la lavoratrice aveva in ogni caso l’obbligo di porto d’armi e, secondo le necessità, poteva essere mandata, in servizio attivo fuori la centrale operativa.

Avverso questa pronuncia ricorre per cassazione la lavoratrice. La questione che pone il presente giudizio – ha introdotto la suprema Corte – è se il ritiro del porto d’armi costituisca, o no, ipotesi di sopravvenuta impossibilità della prestazione oppure di giustificato motivo oggettivo di licenziamento. In particolare il Tar ha considerato distintamente il decreto di nomina a guardia particolare giurata e il porto d’armi ed ha accolto il ricorso cautelare disponendo la sospensione della revoca (anzi della sospensione) del primo decreto (quello di nomina a guardia particolare giurata) e non anche la sospensione della nomina a guardia particolare giurata. L’art. 120 del contratto di collettivo di categoria prevede che il rapporto di lavoro è risolto se la guardia giurata risulta priva del porto d’armi per un periodo superiore a 180 giorni.

In proposito la giurisprudenza ha ritenuto trattarsi di una fattispecie di impossibilità sopravvenuta della prestazione ovvero di giustificato motivo oggettivo di licenziamento che richiedono vuoi la valutazione dell’interesse del datore di lavoro alla prestazione residua ancora possibile vuoi la verifica dell’impossibilità di adibire il dipendente a mansioni diverse. In diritto la tesi dell’impossibilità sopravvenuta della prestazione appare preferibile: la ricorrente è stata assunta specificamente come guardia giurata; ciò che presuppone la licenza di porto d’armi. L’esclusività della qualifica delle mansioni di assunzione fanno sì che quando queste non possono essere più volte in conseguenza del ritiro del porto d’armi si determina altresì una situazione di impossibilità sopravvenuta della prestazione che è parziale e che comunque richiede la valutazione del residuo interesse del datore di lavoro alla prestazione lavorativa residuale. Cass., sez. lav., 24 ottobre 2000, n. 13986, che ha affermato che il provvedimento di ritiro del porto d’armi, emesso nei confronti di lavoratore svolgente mansioni di guardia particolare giurata, può autorizzare il datore di lavoro al licenziamento, per giustificato motivo oggettivo, ove dimostri che egli non ha un interesse apprezzabile alla prosecuzione del rapporto, alla stregua delle ragioni inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa.

Nella specie c’è da considerare che la corte d’appello ha comunque esaminato anche il profilo della residuale utilizzabilità della lavoratrice esclusivamente in mansioni che non richiedessero il porto d’armi ed è pervenuta al motivato convincimento che, anche se la lavoratrice era stata impiegata in mansioni di centralinista della centrale operativa, comunque era sempre pronta ad essere inviata all’esterno in servizio attivo; ciò che richiedeva appunto il porto d’armi. Il ricorso è stato quindi rigettato.

 

 

Fonte: ANCLSU

Autore dell'articolo: Dott. Paolo Casini

Si è laureato nel 2010 in Consulenza del Lavoro, presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Padova, con una tesi sulla pianificazione nella successione d’impresa.

Dal 2015 è abilitato all’esercizio della Professione di Consulente del Lavoro, collaborando con importanti Studi di Consulenza del Lavoro di Padova.

Nel 2016 ha conseguito un Master in Diritto del Lavoro e della Previdenza Sociale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia e, sempre dallo stesso anno, collabora in qualità di autore con il portale FISCOeTASSE, per il quale realizza articoli di approfondimento legati a tematiche Giuslavoristiche.

Dal 2017 è inoltre titolare dello Studio Felsineo, Studio di Consulenza del Lavoro di Bologna.  

Si occupa principalmente di consulenza in materia di Diritto del Lavoro, Amministrazione del Personale, aziende del settore Edile e di Scuole Private.

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