Patto di prova nullo nel caso di più contratti

periodo di provaE’ da ritenersi illegittima l’apposizione della clausola del nel nuovo contratto a tempo indeterminato, ove lo stesso lavoratore sia stato in passato alle dipendenze del datore di lavoro con rapporti di lavoro a termine.
Lo stabilisce da ultimo la sentenza della Corte di 9 marzo 2016, n. 4635.

La Corte d’appello aveva confermato la decisione di primo grado, che aveva dichiarato inefficace il licenziamento intimato a una lavoratrice da Poste Italiane s.p.a. per mancato superamento del . La predetta lavoratrice, già assunta con più contratti a termine dalla predetta società, aveva sottoscritto un contratto a tempo indeterminato in attuazione di un rinunciando ad ogni diritto, credito o pretesa comunque derivanti dai rapporti di lavoro intercorsi con la società. Il contratto individuale prevedeva un periodo di prova di tre mesi, durante il quale ciascuna delle parti poteva liberamente recedere senza preavviso.
La lavoratrice, dopo aver preso servizio si è assentata per malattia, facendo registrare oltre trenta giorni di assenza, sicché la società ha proceduto al suo licenziamento per mancato superamento del periodo di prova ai sensi dell’art. 20, comma 3, del contratto collettivo.

La Corte di merito, dopo aver osservato che l’oggetto del contendere era costituito dalla legittimità o meno del patto di prova nel caso di un lavoratore che aveva già prestato servizio altre volte presso lo stesso datore di lavoro in forza di contratti a termine, ha dichiarato illegittimo il patto di prova, ritenendo che esso non era previsto dall’accordo sindacale sopra citato e che la società aveva già avuto modo di saggiare, nel corso dei rapporti a termine, le capacità professionali della lavoratrice, onde non era necessario un nuovo periodo di prova.

La spa ricorreva per Cassazione, sostenendo che scopo del patto di prova è anche il comportamento e la personalità del lavoratore in relazione all’adempimento della prestazione, elementi suscettibili di modificarsi nel tempo per l’intervento di molteplici fattori, attinenti alle abitudini di vita o a problemi di salute. Il fatto inoltre che l’assenza costituiva, in base alla contrattazione collettiva, causa idonea alla risoluzione del rapporto per mancato superamento del periodo di prova, non era stato tenuto presente dalla Corte di merito, la quale si era limitata a considerare la sussistenza dei precedenti rapporti a termine intercorsi tra le parti, senza tener conto della loro breve durata, del tempo decorso tra la data di scadenza dell’ultimo contratto e l’assunzione a tempo indeterminato.

La suprema Corte – ha esordito il collegio – ha più volte affermato che la causa del patto di prova va individuata nella tutela dell’interesse comune alle due parti del rapporto di lavoro, in quanto diretto ad attuare un esperimento mediante il quale sia il datore di lavoro che il lavoratore possono verificare la reciproca convenienza del contratto, accertando il primo le capacità del lavoratore e quest’ultimo, a sua volta, valutando l’entità della prestazione richiestagli e le condizioni di svolgimento del rapporto, sicché il patto medesimo deve considerarsi invalido ove la suddetta verifica sia già intervenuta, con esito positivo, per le specifiche mansioni in virtù di prestazione resa dallo stesso lavoratore, per un congruo lasso di tempo, a favore del medesimo datore di lavoro.
Ne consegue che la ripetizione del patto di prova in occasione d’un successivo contratto di lavoro tra le stesse parti è ammissibile solo se essa, in base all’apprezzamento del giudice di merito, risponda alla suddetta causa, permettendo all’imprenditore di verificare non solo le qualità professionali, ma anche il comportamento e la personalità del lavoratore in relazione all’adempimento della prestazione, elementi suscettibili di modificarsi nel tempo per l’intervento di molteplici fattori, attinenti alle abitudini di vita o a problemi di salute.

Nella specie la Corte di merito ha rilevato che non era necessario verificare le qualità professionali e la personalità complessiva della lavoratrice, atteso che tali qualità erano state accertate da Poste nei precedenti contratti a termine, contratti che costituivano, proprio per il loro numero, titolo preferenziale nella speciale graduatoria in cui la lavoratrice era inserita. Ha aggiunto che dall’accordo richiamato da Poste non risultava né poteva desumersi che fosse possibile apporre al contratto il patto di prova, onde questo risultava privo di causa, non rispondendo alla sua funzione tipica.

La ricorrente contesta tali affermazioni, osservando che le organizzazioni sindacali non hanno sollevato rilievi in ordine all’inserimento della clausola relativa al periodo di prova nel contratto individuale di lavoro e che dai pregressi contratti a termine stipulati tra le parti non poteva certo presumersi, diversamente da quanto ritenuto dalla Corte territoriale, che fossero state valutate le qualità professionali e personali della lavoratrice, onde non era necessaria l’apposizione del patto di prova.
Ma, tale assunto, oltre ad essere irrilevante, è privo di ogni riscontro; il secondo è infondato, avendo la stessa Corte con motivazione congrua e priva di vizi logici e giuridici escluso che fosse necessario un nuovo periodo di prova, avendo Poste Italiane già avuto modo di saggiare le capacità professionali, il comportamento e la personalità del lavoratore.
Una volta dichiarato ab origine nullo il patto di prova, non si può parlare di esito negativo della prova stessa in quanto – appunto – non consentita.
Il ricorso è stato pertanto respinto.

Fonte: ANCLSU

Autore dell'articolo: Dott. Paolo Casini

Si è laureato nel 2010 in Consulenza del Lavoro, presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Padova, con una tesi sulla pianificazione nella successione d’impresa.

Dal 2015 è abilitato all’esercizio della Professione di Consulente del Lavoro, collaborando con importanti Studi di Consulenza del Lavoro di Padova.

Nel 2016 ha conseguito un Master in Diritto del Lavoro e della Previdenza Sociale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia e, sempre dallo stesso anno, collabora in qualità di autore con il portale FISCOeTASSE, per il quale realizza articoli di approfondimento legati a tematiche Giuslavoristiche.

Dal 2017 è inoltre titolare dello Studio Felsineo, Studio di Consulenza del Lavoro di Bologna.  

Si occupa principalmente di consulenza in materia di Diritto del Lavoro, Amministrazione del Personale, aziende del settore Edile e di Scuole Private.

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