L’inabilità certificata dalla Commissione Medica Ospedaliera non sempre giustifica il licenziamento

inabilità certificata dalla Commissione Medica Ospedaliera

La sopravvenuta totale inabilità al lavoro accertata dalla Commissione medica Ospedaliera, non è motivo sufficiente per licenziare la dipendente. Così si è espressa la Corte di con la recente sentenza 12489/2015.

La Corte d’appello rigettava il gravame interposto da una Casa di cura contro la pronuncia con cui il Tribunale – dichiarata l’illegittimità del licenziamento intimato per sopravvenuta totale inabilità al lavoro da un’ausiliaria socio-sanitaria, ne aveva ordinato la reintegra ex art. 18 legge n. 300/70 con condanna della predetta società al pagamento del dei danni.

Per la cassazione della sentenza ricorre la Casa di cura presso la suprema Corte per avere l’impugnata sentenza, in base alle relazioni dei c.t.u. officiati in primo e secondo grado, ritenuto la lavoratrice non del tutto inabile al lavoro: obietta la società ricorrente che la sentenza non ha considerato che il licenziamento era stato correttamente intimato unicamente in base al giudizio reso da un organismo pubblico, ossia dalla Commissione medica ospedaliera, che all’epoca aveva giudicato la lavoratrice totalmente e permanentemente inabile al lavoro; il che di per sé , impediva la prosecuzione del rapporto e giustificava il recesso, senza che si dovesse accertare la possibilità di adibire la dipendente ad altre mansioni equivalenti od inferiori e dovendosi avere riguardo solo a quella che era la situazione di totale inabilità all’epoca accertata.

Di diverso avviso il collegio di Cassazione. Nel caso di specie l’impugnata sentenza ha diffusamente motivato la propria condivisione delle relazioni dei c.t.u. che, sia in primo che in secondo grado, hanno confermato il giudizio di non incompatibilità (fatte salve talune limitazioni), già all’epoca del licenziamento della infermità riscontrata nell’odierna controricorrente con le mansioni di ausiliaria socio-sanitaria da lei espletate alle dipendenze della Casa di cura. Dunque, anche a voler avere riguardo solo alla situazione in essere alla data del licenziamento, i giudici di merito hanno dato atto che non sussisteva incompatibilità fra patologia e mansioni della lavoratrice.

Ma neppure un ipotetico mutamento di tale situazione verificatosi dopo il recesso lo avrebbe giustificato, atteso che – ad ogni modo – la società ricorrente non era vincolata al giudizio all’epoca espresso dalla Commissione medica ospedaliera ex art. 5 legge n. 300/70, perché esso non ha valore vincolante né per il datore di lavoro né per il giudice, che — infatti — può sottoporlo al proprio controllo nel contesto più ampio di tutte le prove acquisite, avvalendosi, se del caso, dell’ausilio di un consulente tecnico. Conseguentemente, in caso di contrasto tra l’accertamento sanitario predetto e la consulenza disposta nel corso del processo, il giudice del merito è tenuto a porre a raffronto le diverse risultanze allo scopo di stabilire quale sia maggiormente attendibile e convincente.

A ciò si aggiunga che un giudizio pur di totale inabilità del lavoratore alle mansioni precedentemente svolte, formulato ex art. 5 legge n. 300/70 dalla Commissione medica ospedaliera, come non impone il licenziamento così non integra un caso di impossibilità sopravvenuta della prestazione lavorativa tale da risolvere il rapporto, essendo pur sempre onere del datore di lavoro dimostrare l’inesistenza in azienda di altre mansioni (anche diverse ed eventualmente inferiori) compatibili con lo stato di salute del lavoratore e a lui attribuibili senza alterare l’organizzazione produttiva. Dunque, fuori centro la doglianza secondo cui la Corte territoriale avrebbe errato nel richiedere un qualche accertamento aziendale circa la possibilità di adibire la lavoratrice a mansioni equivalenti e, se del caso, anche inferiori a quelle già espletate. A quanto sopra esposto, è seguito il rigetto del ricorso.

 

Fonte: ANCLSU

 

Autore dell'articolo: Dott. Paolo Casini

Si è laureato nel 2010 in Consulenza del Lavoro, presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Padova, con una tesi sulla pianificazione nella successione d’impresa.

Dal 2015 è abilitato all’esercizio della Professione di Consulente del Lavoro, collaborando con importanti Studi di Consulenza del Lavoro di Padova.

Nel 2016 ha conseguito un Master in Diritto del Lavoro e della Previdenza Sociale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia e, sempre dallo stesso anno, collabora in qualità di autore con il portale FISCOeTASSE, per il quale realizza articoli di approfondimento legati a tematiche Giuslavoristiche.

Dal 2017 è inoltre titolare dello Studio Felsineo, Studio di Consulenza del Lavoro di Bologna.  

Si occupa principalmente di consulenza in materia di Diritto del Lavoro, Amministrazione del Personale, aziende del settore Edile e di Scuole Private.

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