Licenziamento disciplinare: lecito modificare la contestazione al lavoratore

Licenziamento disciplinareLa modifica della contestazione disciplinare è consentita quando non si configurano elementi integrativi di una diversa fattispecie di illecito disciplinare, non risultando in tal modo preclusa la difesa del lavoratore. L’insegnamento viene dalla Corte di con sentenza 22/04/2015 nr. 8238.

Il caso aveva riguardato il licenziamento per giusta causa di due lavoratori accusati di furto di beni aziendali. La Corte d’appello aveva rigettato il gravame proposto dal datore di lavoro disponendo la reintegra dei lavoratori, sostenendo che la versione dei fatti sostenuta dalla società allo scopo di evidenziare la dei lavoratori, e quindi la sussistenza della giusta causa di recesso, era diversa da quella offerta in sede di contestazione degli addebiti sulla quale era poi stata basata la lettera di licenziamento. Per la cassazione della sentenza ricorreva la società.

Premesso che i lavoratori in questione erano addetti alla pesatura degli automezzi in entrata ed uscita dallo stabilimento di produzione e del commercio di oli vegetali e biocarburanti, con la lettera di contestazione ai lavoratori era stato addebitato di aver consentito di caricare le cisterne con olio di buona qualità sul presupposto che le stesse erano entrate nello stabilimento vuote, e che in realtà l’istruttoria aveva consentito di accertare che le cisterne erano entrate nello stabilimento non già vuote, bensì piene di olio di qualità scadente (e destinato ad essere trattato), e che dopo aver scaricato tale olio, avevano caricato un equivalente quantitativo di olio trattato (e quindi di maggior pregio), per cui l’attività contestata ai dipendenti era stata quella di aver consentito la sottrazione alla società, a sua insaputa, di quantitativi di olio di qualità superiore a quello pattuito.

Tutto ciò premesso la ricorrente deduceva che la suddetta divergenza non ha comportato una concreta violazione del diritto di difesa e pertanto non integra, a differenza di quanto ritenuto dalla Corte territoriale, una violazione del principio di immutabilità della contestazione. Si è più volte chiarito – ha esordito la suprema Corte – che i principi di specifica contestazione preventiva degli addebiti e di necessaria corrispondenza fra quelli contestati e quelli addotti a sostegno del licenziamento disciplinare (o di ogni altra sanzione), posti dalla L. n. 300 del 1970, art. 7 in funzione di garanzia dei lavoratore, non escludono in linea di principio modificazioni dei fatti contestati concernenti circostanze non significative rispetto alla fattispecie, il che ricorre quando le modificazioni non configurano elementi integrativi di una diversa fattispecie di illecito disciplinare, non risultando in tal modo preclusa la difesa del lavoratore.

In particolare è stato affermato che il principio della immutabilità della contestazione costituisce una sorta di corollario del principio di specificità, atteso che l’esigenza, rilevante ai fini della garanzia dell’esercizio del diritto di difesa, che i fatti addebitati siano specificamente individuati nell’atto di contestazione, sarebbe palesemente violata e disattesa qualora fosse riconosciuto al datore di lavoro la possibilità di mutare successivamente la iniziale contestazione ovvero di procedere all’applicazione della sanzione sulla base di fatti non ricompresi in detta contestazione.

Argomentando da tali rilievi la elaborazione giurisprudenziale è passata da una originaria impostazione rigidamente formalistica ad una più squisitamente contenutistica, applicando il principio esclusivamente in relazione alla funzione di garanzia di esercizio del diritto di difesa del lavoratore, ed escludendo qualsiasi profilo di illegittimità qualora in concreto nessun vulnus sia arrecato al diritto di difesa.

Nel caso di specie la sentenza impugnata non ha pienamente rispettato i suddetti principi avendo applicato il principio di immutabilità della contestazione in modo rigidamente formalistico. Essa ha infatti ritenuto la sussistenza di una violazione del principio di immutabilità della contestazione sul mero rilievo che, mentre nella lettera di contestazione si sosteneva che gli automezzi erano giunti vuoti nello stabilimento, erano stati caricati con olio di colza ed erano stati fatti uscire, con il concorso dei lavoratori ricorrenti in primo grado, nel corso del giudizio la società aveva invece sostenuto che gli automezzi erano giunti nello stabilimento carichi di olio di scarsa qualità, erano stati pesati in entrata, erano stati poi scaricati del loro contenuto e successivamente riempiti con olio di qualità e lasciati ripartire dai suddetti lavoratori che non avevano rilevato il diverso peso degli stessi dovuto alla diversa densità dell’olio caricato a bordo.

In sostanza c’era stata sottrazione di olio di colza (pregiato) attuata non già riempiendo cisterne entrate vuote ma cisterne entrate piene di olio di qualità inferiore, successivamente svuotate nei serbatoi della società e poi riempite di olio di pregio.

La sentenza impugnata non ha considerato, in particolare, che il nucleo essenziale della contestazione, concernente l’aver contribuito in modo determinante alla illecita sottrazione di prodotto, avendo trasgredito al preciso obbligo concernente le mansioni di addetti alla pesa agli stessi assegnate, di controllare e far rilevare la differenza di peso degli automezzi in entrata e in uscita, è rimasto invariato e non ha pertanto evidenziato le ragioni per le quali le citate variazioni possano aver leso il diritto di difesa del lavoratore. Ne è conseguita quindi la cassazione della sentenza impugnata.

Fonte: ANCLSU

 

Autore dell'articolo: Dott. Paolo Casini

Si è laureato nel 2010 in Consulenza del Lavoro, presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Padova, con una tesi sulla pianificazione nella successione d’impresa.

Dal 2015 è abilitato all’esercizio della Professione di Consulente del Lavoro, collaborando con importanti Studi di Consulenza del Lavoro di Padova.

Nel 2016 ha conseguito un Master in Diritto del Lavoro e della Previdenza Sociale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia e, sempre dallo stesso anno, collabora in qualità di autore con il portale FISCOeTASSE, per il quale realizza articoli di approfondimento legati a tematiche Giuslavoristiche.

Dal 2017 è inoltre titolare dello Studio Felsineo, Studio di Consulenza del Lavoro di Bologna.  

Si occupa principalmente di consulenza in materia di Diritto del Lavoro, Amministrazione del Personale, aziende del settore Edile e di Scuole Private.

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