Cassazione: licenziamento per lavoro svolto presso terzi durante la malattia

lavoro svolto presso terzi durante la malattiaLa , con sentenza n. 19187 del 28/09/2016, ritorna in materia di licenziamento per lavoro svolto presso terzi durante la malattia:

Nel nostro ordinamento non sussiste un divieto assoluto per il dipendente di prestare attività lavorativa, anche a favore di terzi, durante il periodo di assenza per malattia.
Siffatto comportamento può, tuttavia, costituire giustificato motivo di recesso da parte del datare di lavoro ove esso integri una violazione dei doveri generali di correttezza e buona fede e degli specifici obblighi contrattuali di diligenza e fedeltà.

La Corte di Cassazione (sentenza nr. 19187 del 28/09/2016) ha giudicato legittimo il licenziamento per giusta causa di un portalettere che, assente per infortunio, svolgeva regolare attività di disc- jockey.
A parte il caso specifico, la sentenza in commento consente anche di ripercorrere i principi già enunciati in giurisprudenza con riguardo al lavoro presso terzi durante la malattia.
La Corte d’appello aveva accolto l’impugnazione della società Poste Italiane s.p.a. avverso la sentenza del Tribunale che aveva dichiarato l’illegittimità del licenziamento intimato ad un dipendente, condannandola a reintegrarlo nel posto di lavoro e a corrispondergli il del danno e, per l’effetto, ha riformato la gravata decisione ed ha rigettato la domanda del lavoratore.

Il licenziamento per giusta causa era stato determinato dal fatto che il dipendente, con le mansioni di portalettere, aveva partecipato in qualità di disc-jockey a diverse manifestazioni, benché assente dal servizio per infortunio per circa un trimestre.
Secondo la Corte territoriale gli esiti dell’istruttoria avevano consentito di accertare che l’attività esterna svolta dal dipendente era in contrasto coi doveri posti in primo luogo dal CCNL di settore, che vietava al dipendente assente per infortunio o malattia lo svolgimento di qualsiasi attività lavorativa, gratuita od onerosa – e, dall’altro, dagli artt. 2104 – 2105 c.c. – che imponevano il rispetto dei principi di buona fede, diligenza e fedeltà – che, nella fattispecie, si traducevano nel dovere di astenersi da qualsiasi comportamento, anche solo potenzialmente idoneo a pregiudicare la rimessione in salute e la ripresa del lavoro.

Per la cassazione della sentenza ricorre il lavoratore con una serie di motivazioni volte a contestare la pronuncia d’appello.
In tema di svolgimento di attività lavorativa durante l’assenza per malattia – ha introdotto la suprema Corte – la giurisprudenza è pervenuta a risultati sostanzialmente conformi.
In linea di principio, si è affermato che non sussiste nel nostro ordinamento un divieto assoluto per il dipendente di prestare attività lavorativa, anche a favore di terzi, durante il periodo di assenza per malattia.
Siffatto comportamento può, tuttavia, costituire giustificato motivo di recesso da parte del datare di lavoro ove esso integri una violazione dei doveri generali di correttezza e buona fede e degli specifici obblighi di contrattuali di diligenza e fedeltà.
Ciò può avvenire quando lo svolgimento di altra attività lavorativa da parte del dipendente assente per malattia sia di per sé sufficiente a far presumere l’inesistenza dell’infermità addotta a giustificazione dell’assenza, dimostrando quindi una sua fraudolenta simulazione, o quando l’attività stessa, valutata in relazione alla natura ed alle caratteristiche della infermità denunciata ed alle mansioni svolte nell’ambito del rapporto di lavoro, sia tale da pregiudicare o ritardare, anche potenzialmente, la guarigione e il rientro in servizio del lavoratore, con violazione di un’obbligazione preparatoria e strumentale rispetto alla corretta esecuzione del contratto.

Ad ulteriore specificazione di questo principio, la stessa Corte ha già precisato che “la valutazione del giudice di merito, in ordine all’incidenza del lavoro sulla guarigione, ha per oggetto il comportamento del dipendente nel momento in cui egli, pur essendo malato e (per tale causa) assente dal lavoro cui è contrattualmente obbligato, svolge per conto di terzi un’attività che può recare pregiudizio al futuro tempestivo svolgimento di tale lavoro; in tal modo, la predetta valutazione è costituita da un giudizio ex ante, ed ha per oggetto la potenzialità del pregiudizio“, con l’ulteriore conseguenza che “ai fini di questa potenzialità, la tempestiva ripresa dei lavoro resta irrilevante“.
Ed ha ribadito che lo svolgimento, da parte del dipendente assente per malattia, di altra attività lavorativa che, valutata in relazione alla natura della infermità e delle mansioni svolte, può pregiudicare o ritardare la guarigione ed il rientro in servizio, costituisce violazione dei doveri generali di correttezza e buona fede, che giustifica il recesso del datare di lavoro.

Non si è discostata quindi da tali principi la Corte territoriale con l’affermazione che, nella fattispecie, la natura dell’attività svolta dal dipendente, quale “disc – jockey” in diverse manifestazioni, durante l’assenza per malattia, era in contrasto coi doveri posti in primo luogo dal CCNL di settore – che vietava al dipendente assente per infortunio o malattia lo svolgimento di qualsiasi attività lavorativa, gratuita od onerosa – e, dall’altro, dagli artt. 2104 – 2105 cod. civ. – che imponevano il rispetto dei principi di buona fede, diligenza e fedeltà – che, nella fattispecie, si traducevano nel dovere di astenersi da qualsiasi comportamento, anche solo potenzialmente idoneo a pregiudicare la rimessione in salute e la ripresa del lavoro, nonché con gli interessi della società che gli imponevano di astenersi da qualunque condotta foriera di pregiudizio, anche solo potenziale, ad una pronta guarigione, come stabiliva senza deroghe la citata disposizione collettiva e come chiarivano sia la lettera di contestazione che quella di licenziamento.

Le contrarie affermazioni del ricorrente – secondo cui i giudici d’appello non avrebbero adeguatamente valutato il materiale probatorio – prospettate solo formalmente come denunzia di violazione di norme di legge e di contratto, si risolvono, in realtà, nella contestazione diretta del giudizio di merito, giudizio che risulta motivato in modo sufficiente e logico con riferimento, come sopra accennato, alla necessità che lo svolgimento di altra attività lavorativa svolta in modo protratto, restando per lungo tempo in piedi, con l’impegno non marginale di garantire la buona riuscita degli spettacoli già programmati, valutata in relazione alla natura della malattia (trauma discorsivo al ginocchio destro) e delle mansioni di portalettere eseguite in qualità di dipendente postale, non pregiudicasse o ritardasse la guarigione e il rientro in servizio.

Come si è già detto, la valutazione in ordine all’incidenza del lavoro sulla guarigione è costituita da un giudizio “ex ante”, che ha per oggetto la potenzialità del pregiudizio e prescinde dalla avvenuta o meno tempestiva ripresa del lavoro, sicché restano irrilevanti le considerazioni svolte al riguardo dal ricorrente.
Tra l’altro, l’onere di provare la compatibilità dell’attività svolta con le proprie condizioni di salute, ed in particolare con la malattia impeditiva della prestazione lavorativa – e conseguentemente l’inidoneità di tale attività a pregiudicare il recupero delle normali energie lavorative – grava sul dipendente che, durante l’assenza per malattia, sia stato sorpreso a svolgere attività lavorativa a favore di terzi.

Egualmente infondato è l’ulteriore motivo in ordine alla gravità dell’infrazione ed alla proporzionalità della sanzione irrogata, essendo sufficiente ribadire, richiamando quanto già detto in precedenza, che “lo svolgimento, da parte del dipendente assente per malattia, di altra attività lavorativa che, valutata in relazione alla natura della patologia e delle mansioni svolte, può pregiudicare o ritardare la guarigione ed il rientro in servizio, costituisce violazione dei doveri generali di correttezza e buona fede” e questa violazione giustifica il recesso del datore di lavoro.
Tra l’altro, la Corte territoriale ha posto in rilievo che le violazioni erano state plurime ed erano proseguite pur dopo l’evidenza del significativo protrarsi della malattia, la qual cosa stava anche a dimostrare un atteggiamento psicologico particolarmente intenso nella violazione dei doveri scaturenti dalle norme legali e contrattuali più volte richiamate.

Il ricorso è stato, pertanto, respinto con la conferma della sentenza impugnata.

Autore dell'articolo: Dott. Paolo Casini

Si è laureato nel 2010 in Consulenza del Lavoro, presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Padova, con una tesi sulla pianificazione nella successione d’impresa.

Dal 2015 è abilitato all’esercizio della Professione di Consulente del Lavoro, collaborando con importanti Studi di Consulenza del Lavoro di Padova.

Nel 2016 ha conseguito un Master in Diritto del Lavoro e della Previdenza Sociale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia e, sempre dallo stesso anno, collabora in qualità di autore con il portale FISCOeTASSE, per il quale realizza articoli di approfondimento legati a tematiche Giuslavoristiche.

Dal 2017 è inoltre titolare dello Studio Felsineo, Studio di Consulenza del Lavoro di Bologna.  

Si occupa principalmente di consulenza in materia di Diritto del Lavoro, Amministrazione del Personale, aziende del settore Edile e di Scuole Private.

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