Cassazione: dipendente illegittimamente licenziato non ottiene la reintegra se l’azienda viene ceduta

no alla reintegra se l'azienda viene cedutaIn tema di licenziamento, la Corte di ha escluso la reintegra del dipendente nonostante il licenziamento fosse stato intimato in forma orale, nel caso in cui nelle more della causa sia intervenuto un trasferimento di ramo d’azienda per salvare la stessa dall’insolvenza, ex art. 48, comma 5, Legge n. 428/1990.

La Suprema Corte, con la Sentenza n. 5180 pubblicata il 16 marzo 2015, ha infatti ricordato come la cessione per il salvataggio dell’impresa insolvente avvenga in deroga al principio di continuità dei rapporti di lavoro: il posto è garantito solo a coloro che risultavano iscritti nel libro matricola alla data della firma dell’ e il lavoratore licenziato ne era stato cancellato, non potendo così vantare alcun diritto alla reintegra.

 

Approfondimento:

In caso di trasferimento d’azienda, il rapporto di lavoro continua con il cessionario ed il lavoratore conserva tutti i diritti che ne derivano a norma dell’art. 2112 del codice civile. Ciò implica che il rapporto di lavoro deve essere certo e vivente.

Per il caso occorso ad una lavoratrice, tale sacrosanto principio è risultato una beffa, oltre al danno, ma tale è l’applicazione della citata disposizione codicistica.

Il caso in questione è stato così risolto dalla Corte di cassazione in sentenza 16 marzo 2015, n. 5180. La lavoratrice dipendente da un istituto di vigilanza, veniva licenziata oralmente, provvedendo ad impugnare tempestivamente il provvedimento. L’azienda tuttavia veniva ammessa al concordato preventivo. Una terza Spa risultava poi cessionaria del ramo d’azienda dal curatore fallimentare.

Nell’acquisizione del ramo d’azienda veniva stipulato un accordo sindacale, a norma dell’art. 47, quinto comma l. 428/1990: pertanto in deroga al regime di continuità di tutti i rapporti di lavoro stabilito dall’art. 2112 c.c.: in tale accordo veniva sancito il passaggio di tutti i lavoratori della cedente in concordato preventivo risultanti a tale data, con i quali vennero sottoscritti singoli accordi con l’assistenza delle oo.ss.

Ma nel frattempo, il licenziamento orale intimato alla dipendente veniva dichiarato dai giudici d’appello inefficace, sicchè la lavoratrice chiedeva il riassorbimento nell’organico transitato alla cessionaria.

La suprema Corte ha prima premesso che il licenziamento intimato oralmente è radicalmente inefficace per inosservanza dell’onere della forma scritta imposto dall’art. 2 L. 604/1966, novellato dall’art. 2 L. 108/1990 e come tale inidoneo a risolvere il rapporto di lavoro, non rilevando, ai fini di escludere la continuità del rapporto stesso, né la qualità di imprenditore del datore di lavoro, né il tipo di regime causale applicabile (reale od obbligatorio).

Ma l’accoglimento di tale motivo è tuttavia irrilevante ai fini della richiesta in causa: ciò perché la. s.p.a. si è resa cessionaria di ramo di azienda dal commissario liquidatore dell’Istituto predetto in concordato preventivo omologato e ha sottoscritto un accordo sindacale nell’ambito della cessione, a norma dell’art. 47, quinto comma L. 428/1990: pertanto in deroga al regime di continuità di tutti i rapporti di lavoro stabilito dall’art. 2112 c.c.

Come noto, la deroga all’applicazione dell’art. 2112 c.c. è giustificata, quando venga trasferita l’azienda di un’impresa insolvente, dallo scopo di conservazione dei livelli occupazionali ed è legittimata dalla garanzia della conclusione di un accordo collettivo idoneo a costituire norma derogatoria della fattispecie: sicché l’accordo sindacale in questione limita, nel rispetto delle condizioni e delle garanzie prescritte dalla legge, il passaggio alla società cessionaria dei dipendenti della cedente in concordato preventivo risultanti a tale data, con i quali vennero sottoscritti singoli accordi con l’assistenza delle oo.ss. Tra questi non figura(va) la ricorrente, in quanto licenziata ed impugnante il licenziamento, poi annullato dalla Corte d’appello.

La verificata deroga al regime di continuità dei rapporti di lavoro stabilito dall’art. 2112 c.c. (in base al quale l’effetto estintivo del intimato in epoca anteriore al trasferimento medesimo, in quanto meramente precario e destinato ad essere travolto dalla sentenza di annullamento, avrebbe comportato il trasferimento al cessionario del rapporto di lavoro ripristinato tra le parti originarie) esclude pertanto la configurabilità di un obbligo legale della cessionaria al ripristino del rapporto nei confronti della ricorrente e alle conseguenti obbligazioni retributive maturate. Dalle superiori argomentazioni è conseguita la reiezione del ricorso.

 

Fonte: ANCLSU

 

Autore dell'articolo: Dott. Paolo Casini

Si è laureato nel 2010 in Consulenza del Lavoro, presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Padova, con una tesi sulla pianificazione nella successione d’impresa.

Dal 2015 è abilitato all’esercizio della Professione di Consulente del Lavoro, collaborando con importanti Studi di Consulenza del Lavoro di Padova.

Nel 2016 ha conseguito un Master in Diritto del Lavoro e della Previdenza Sociale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia e, sempre dallo stesso anno, collabora in qualità di autore con il portale FISCOeTASSE, per il quale realizza articoli di approfondimento legati a tematiche Giuslavoristiche.

Dal 2017 è inoltre titolare dello Studio Felsineo, Studio di Consulenza del Lavoro di Bologna.  

Si occupa principalmente di consulenza in materia di Diritto del Lavoro, Amministrazione del Personale, aziende del settore Edile e di Scuole Private.

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