Cassazione: dipendente condannato per aver reso falsa testimonianza

falsa testimonianzaLa Corte di , con la Sentenza n. 16443 del 20 aprile 2015, ha evidenziato come l’aver negato la presenza di lavoratori clandestini sul posto di lavoro fa rischiare al lavoratore una condanna per falsa testimonianza.

I ricorrenti, inoltre, non possono nel caso in specie invocare la non punibilità della dichiarazione mendace fondando il loro ricorso sul timore di essere qualora avessero dichiarato il vero, in quanto tale principio di non punibilità trova applicazione qualora vi sia una immediata e inderogabile consequenzialità tra la dichiarazione e la conseguenza per il testimone, e non anche quando vi sia solo una semplice supposizione.

 

APPROFONDIMENTO:

Prestare falsa testimonianza a favore del proprio datore di lavoro comporta la condanna penale dell’autore, ove non offra la prova della effettiva ritorsione della perdita del posto di lavoro. Così si è espressa la Corte di Cassazione in sentenza 20 aprile 2015 nr. 16443.

La Corte di appello aveva confermato la sentenza di condanna con la quale gli imputati erano dichiarati colpevoli del di cut all’art. 372 cod. pen. e condannati a pena dì giustizia. Agli imputati è stato ascritto il reato di falsa testimonianza per aver falsamente deposto nel corso del processo a carico del loro datore di lavoro, imputato del reato di cui all’art. 22 d.leg.vo 286/98, per aver occupato nella sua officina uin cittadino extracomunitario senza che questi fosse munito del relativo – di non aver mai visto lavoratori extracomunitari presso l’officina.

Gli imputati ricorrevano ulteriormente per Cassazione, giustificando che i dipendenti in questione dovevano tutelarsi dal rischio della perdita del posto di lavoro. Sul caso, la suprema Corte ha inteso aderire all’orientamento – reso in tema di favoreggiamento personale – secondo il quale la causa di esclusione della punibilità prevista per chi ha commesso il fatto per essere stato costretto dalla necessità di salvare sé stesso o un prossimo congiunto da un grave e inevitabile nocumento nella libertà o nell’onore opera anche nelle ipotesi in cui il soggetto agente abbia reso mendaci dichiarazioni per evitare un’accusa penale nei suoi confronti, ovvero per il timore di essere licenziato e perdere il proprio posto di lavoro, tutelando in tal modo l’esercizio sia del diritto di difesa che del diritto al lavoro, quali manifestazioni della libertà personale di ciascun individuo.

E’ stato condivisibilmente osservato che la nozione di libertà tutelabile assunta dall’art. 384 co. 1 c.p. quale elemento discriminante la del favoreggiatore deve essere recepita nella sua più lata interpretazione, includendo ogni forma di manifestazione della libertà individuale, come sembra potersi desumere dalla lettera della legge (art. 384 c.p.) che non introduce alcuna particolare specificazione o selettività della categoria concettuale.

Cosicché sembra arduo ipotizzare, pur senza incorrere in pleonastiche interpolazioni concettuali, che il lavoro, inteso come diritto ad una occupazione e come strumento di crescita della personalità individuale anche nei suoi aspetti di integrazione e interrelazione sociali, non possa reputarsi astrattamente assumibile nell’ambito di esplicazione della “libertà” personale di ciascun individuo. Né in tale prospettiva è casuale il valore fondante riconosciuto al lavoro dalla Carta Costituzionale italiana (artt. 3, 35, 37 e ss. Cost.) e dagli stessi trattati fondamentali dell’Unione e della Comunità Europea (cfr.: Trattato istitutivo della Comunità Europea, Roma 1957, art. 125: “Gli Stati membri e la Comunità si adoperano per sviluppare una strategia coordinata a favore dell’occupazione…”; art. 136: “La Comunità e gli Stati membri, tenuti presenti i diritti sociali i fondamentali, hanno come obbiettivi la promozione dell’occupazione; lo sviluppo delle risorse umane atto a consentire un livello occupazione elevato e duraturo e la lotta contro l’emarginazione”; Carta dei diritti fondamentali della U.E., Nizza 2 C00: art. 15: “Ogni individuo ha il diritto di lavorare e di esercitare una professione liberamente scelta o accettata…”).

Come ha, del pari condivisibilmente, osservato la decisione richiamata, un ausilio nella prefigurata impostazione interpretativa è offerto indirettamente dalla sentenza delle Sezioni Unite di questa S.C. con cui è stato stabilito che è ravvisabile il reato di favoreggiamento nei confronti dell’acquirente di sostanze stupefacenti per uso personale che, escusso come persona informata dei fatti, si rifiuti di fornire alla P.G. informazioni sulle persone da cui ha ricevuto la droga, ferma restando, in tale ipotesi, l’applicabilità dell’esimente prevista dall’art. 384 co. 1 c.p. “se, in concreto, le informazioni richieste possano determinare un grave e inevitabile nocumento nella libertà o nell’onore”. Nocumento che consiste anche, quanto al pregiudizio de liberiate, nella prevedibile eventualità di “una grave compromissione della normale situazione esistenziale e lavorativa” dell’imputato di favoreggiamento, purché di siffatta compromissione siano acquisiti nel giudizio di merito adeguati elementi di prova (“in concreto”, affermano le Sezioni Unite) sulla situazione personale, lavorativa, familiare e ambientale dell‘imputato.

In tema di reati contro l’amministrazione della giustizia, l’esimente prevista dall’art. 384, comma primo, cod. pen. non può essere invocata sulla base del mero timore, anche solo presunto o ipotetico, di un danno alla libertà o all’onore, in quanto essa implica un rapporto di derivazione del fatto commesso dalla esigenza di tutela di detti beni che va rilevato sulla base di un criterio di immediata ed inderogabile conseguenzialità e non dì semplice supposizione.

E, allora, la definizione della posizione processuale dei ricorrenti richiede che nel caso di specie sia emersa la effettiva situazione dei predetti ricorrenti rispetto all’addotto temuto pericolo di perdere il posto di lavoro nella officina del soggetto beneficiato dalle loro false dichiarazioni testimoniali, attraverso indicazioni relative alla natura del loro rapporto di lavoro, alle eventuali condotte poste in essere dal datore di lavoro nei loro confronti a seguito dei primi accertamenti, alle condizioni personali e familiari degli stessi ricorrenti. A tal riguardo, ha osservato la Corte, alcunché è stato nemmeno dedotto nel giudizio di merito, risolvendosi il motivo di ricorso solo oggi proposto in una mera evocazione di principio sfornita di qualsiasi fondamento obiettivo. Il ricorso è stato quindi ritenuto infondato.

Fonte: ANCLSU

Autore dell'articolo: Dott. Paolo Casini

Si è laureato nel 2010 in Consulenza del Lavoro, presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Padova, con una tesi sulla pianificazione nella successione d’impresa.

Dal 2015 è abilitato all’esercizio della Professione di Consulente del Lavoro, collaborando con importanti Studi di Consulenza del Lavoro di Padova.

Nel 2016 ha conseguito un Master in Diritto del Lavoro e della Previdenza Sociale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia e, sempre dallo stesso anno, collabora in qualità di autore con il portale FISCOeTASSE, per il quale realizza articoli di approfondimento legati a tematiche Giuslavoristiche.

Dal 2017 è inoltre titolare dello Studio Felsineo, Studio di Consulenza del Lavoro di Bologna.  

Si occupa principalmente di consulenza in materia di Diritto del Lavoro, Amministrazione del Personale, aziende del settore Edile e di Scuole Private.

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